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Recensioni > Sotto le bombe di Philippe Aractingi (Francia/Libano/Gran Bretagna, 2007)

Sous les Bombes

Sotto le bombe di Philippe Aractingi, presentato nelle Giornate degli autori del 64° festival di Venezia e in uscita nelle sale in questi giorni, tra i vari meriti ha anche quello di puntare l’attenzione sulla recente guerra tra Israele e gli Hezbollah libanesi. Il breve conflitto si è appena concluso, i primi Caschi blu stanno sbarcando: ovunque vi sono rovine. La protagonista è Zeina, una giovane donna che, per evitare al figlioletto Karim di vivere la spiacevole situazione del suo divorzio dal marito, lo affida alla sorella, che abita in un villaggio nel sud del Libano. Al termine delle ostilità Zeina non ha più notizie del figlio e della sorella: disperata, paga un taxi affinché la conduca verso il sud, fino al paese dove risiedono i suoi congiunti.
La telecamera di Aractingi – il film è girato in digitale – restituisce con rara efficacia l’orrore della guerra: città e strade sventrate rendono difficile il viaggio di Zeina e di Tony, il tassista che l’accompagna. Le immagini degli effetti della guerra, ancor più impressionanti poiché non ricostruite, ma riprese a pochissimo tempo di distanza dalle effettive devastazioni, sembrano quasi suggerire che il piccolo Karim (che non compare mai ma, in realtà, è sempre in primo piano) non ce l’abbia fatta: attraverso la disperazione della madre e la rappresentazione del caos che regna nel paese, è efficacemente trasmessa allo spettatore un’ansia che esplode quando Zeina giunge nel luogo dove si trovava l’abitazione della sorella, adesso ridotta a un cumulo di macerie.
Philippe Aractingi, sensibile documentarista con alle spalle numerosi lavori, descrive con grande realismo il dolore della donna non appena viene messa al corrente della morte della congiunta: le grida, il pianto inconsolabile, sono descritti e ripresi con occhio attento alle tante e reali immagini di disperazione che ormai da molti anni ognuno di noi è abituato a vedere quando il conflitto arabo-israeliano si riacutizza. Un coetaneo amico di Karim, comunque, dice a Zeina che il bambino non è morto, ma è stato condotto via: la ricerca, dunque, prosegue. Da questo momento, l’attenzione, oltre che essere rivolta a Karim, si sposta anche su altri bambini. Sempre con atteggiamento documentaristico, Aractingi lascia indugiare la sua telecamera su un ragazzino che spiega a Tony come la guerra appena conclusa non sia la prima, ma la seconda a cui egli ha assistito di persona: in questo modo il regista ci ricorda che ci sono bambini per i quali la paura, la perdita di persone care e importanti per la loro crescita, le mutilazioni, sono fatti quotidiani. Bambini abituati a camminare disorientati tra militari armati fino ai denti, giornalisti, associazioni umanitarie, casse contenenti cadaveri senza nome, in un’angosciante sensazione di provvisorietà che il film descrive e comunica efficacemente.
Al termine del loro viaggio, Zeina e Tony sfidano le mine per raggiungere uno sperduto monastero in cui sembra si trovi Karim: ma quando la madre entra nella stanza, si trova di fronte un bambino che non è suo figlio. La prevedibile soluzione non vuol essere un mero effetto drammaturgico: l’assenza di Karim diviene simbolo dell’incertezza in cui, da decenni, gravita il Medio Oriente, della sua storia il cui dolore sembra, apparentemente, senza fine.

Costantino Maiani

 

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