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Recensioni > Nisida. Grandir en prison

Nisida. Grandir en prison

(Nisida. Crescere in prigione) di Lara Rastelli Francia, 2006

La prima immagine di Nisida. Grandir en prison è quella di un ragazzo di spalle che da una
finestra a strapiombo guarda il mare – uno splendido tratto di costa dai colori inconfondibilmente mediterranei – e parla dell’estate ormai prossima, immaginando il
momento in cui potrà prendere il sole e fare il bagno insieme agli altri. Un’immagine solare,
certamente positiva, se non fosse per le sbarre alla finestra che separano il ragazzo dalla
superficie lucente dell’acqua.
A parlare è Enzo che, insieme a Rosario e Samir, è uno dei tre protagonisti del documentario
girato da Lara Rastelli dal marzo 2003 al marzo del 2005 nel carcere minorile di Napoli, sull’isola di Nisida. Nisida. Grandir en prison scava nella condizione contraddittoria in cui vivono i ragazzi ospiti degli istituti di detenzione per minori: allontanati dal mondo reale per scontare il prezzo dei loro errori, sono chiamati al tempo stesso a compiere un percorso di rieducazione, ancor più arduo per chi, come la maggior parte di loro, parte da condizioni economiche e sociali svantaggiate. Nel film è lo stesso luogo – un’isola – ad assurgere a simbolo di questo stato di separazione dal mondo esterno che, se da un lato priva i ragazzi dagli affetti e dalle amicizie, togliendo loro la libertà (la parte che concerne la pena), dall’altro suggerisce la possibilità, proprio grazie all’isolamento a cui sono costretti, di usufruire di una condizione protetta al cui interno recuperare, attraverso l’aiuto di insegnanti ed educatori, i presupposti per un positivo reinserimento nella società (la parte che riguarda la rieducazione).
Lara Rastelli ha seguito con pazienza i percorsi dei tre protagonisti e, proprio grazie al
rapporto privilegiato che è riuscita a instaurare con loro (e con molti degli operatori del
carcere), la sua macchina da presa da semplice strumento di registrazione della realtà è
diventata una lastra sensibile sulla quale si sono depositate le loro emozioni e paure, si sono
fissati i loro sogni di adolescenti sicuramente a rischio, certamente problematici ma, in fondo,
non molto diversi da tanti loro coetanei. In ottemperanza non solo alle condizioni imposte
dall’autorità carceraria ma anche a quelle dettate dal rispetto civile per l’identità dei ragazzi,
la regista ha potuto effettuare le riprese facendo indossare loro delle maschere. Una scelta
inizialmente non condivisa dai ragazzi, desiderosi di parlare apertamente delle loro esperienze, poi accettata anche grazie all’allestimento di un laboratorio per fabbricare le maschere, un’occasione che ha contribuito a rinsaldare i legami interni al gruppo e nei confronti della troupe.
Questo è soltanto un esempio della caratteristica principale di Nisida un documentario che
segue i ritmi lenti del luogo in cui è stato girato, ma soprattutto accoglie e incorpora nella sua
struttura i piccoli grandi inconvenienti che costellano i mesi della lavorazione (ad esempio,
due dei ragazzi inizialmente scelti come protagonisti vengono trasferiti), facendo tesoro degli eventi fortuiti, capace di mettersi al servizio della realtà, cercando il modo migliore per
testimoniarla all’esterno. Le maschere, ad esempio, assolvono non solo il compito di
proteggere i ragazzi dagli sguardi altrui, ma probabilmente costituiscono un elemento che
permette loro di esprimersi più apertamente, di liberarsi dai condizionamenti della realtà
carceraria e da quelli creati dalla situazione delle riprese. È la funzione millenaria di quest’accessorio scenico che da sempre ha consentito agli attori di nascondersi in quanto
singoli esseri umani agli occhi dei propri simili che si trovavano al di là della quarta parete
dello spazio scenico per proiettarsi all’interno di una dimensione dove atti, gesti e parole
assumono un valore diverso da quello della semplice quotidianità. Si tratta di un risultato
molto vicino a quello conseguito da Maria Augusta Ramos in Juízo, nel quale, per
interpretare i ragazzi sottoposti a procedimenti giudiziari (anche in Brasile la legge vieta di
riprendere in volto i minori processati), sono stati chiamati dei ragazzi delle favelas che non
avevano mai avuto problemi con la giustizia. Pur a fronte di un metodo molto diverso, anche
in questo caso si realizza un procedimento di sintesi e astrazione che, dal singolo caso
particolare, proprio grazie allo sdoppiamento dovuto alla presenza degli “interpreti” (per altro
molto vicini per condizioni di vita ai veri protagonisti dei processi), riesce ad allargare
l’orizzonte del film a un’intera popolazione di minori.
Nel caso di Nisida. Grandir en prison, tuttavia, le maschere sembrano avere un’ulteriore
funzione, quella di proteggere anche noi spettatori da una realtà poco conosciuta, da una condizione di marginalità che si tende istintivamente a rifiutare o, al contrario, ad accettare
passivamente. Il filtro creato dalle maschere, dunque, libera tutti gli “attori” coinvolti nella
catena della comunicazione che è alla base dello scambio cinematografico (i ragazzi, gli
spettatori, probabilmente la stessa regista) da ruoli predefiniti, da rigidità acquisite, permettendo soprattutto al pubblico di guardare al film con maggiore consapevolezza, di accettare con più freddezza una frontalità altrimenti difficilmente tollerabile.
A emergere è soprattutto la condizione liminare e ambivalente in cui vivono i ragazzi, dei
quasi-adulti, molti dei quali vivono per mesi in una condizione sospesa: alcuni di loro sono in
attesa di giudizio e guardano al passaggio tra i “definitivi” come a una liberazione (lo stesso
Enzo, nella sequenza sopra citata spera che il passaggio avvenga al più presto, proprio per
poter usufruire di una serie di benefici che, paradossalmente, sono riservati solo a chi ha
raggiunto la certezza della pena); molti sono coloro che, raggiunti i ventun’anni e avendo da
scontare ancora una parte della propria pena, vivono nell’incerta alternativa tra il passaggio al
carcere normale e una messa alla prova costituita dalla libertà provvisoria vincolata a un lavoro fisso. Tutti, comunque, patiscono una sorta di assuefazione alla condizione carceraria,
in molti casi vista come unica alternativa alla vita “normale” oppure accettata supinamente
come dimensione complementare a quella delinquenziale dalla quale ben pochi tra loro
pensano di potersi sottrarre. Nisida, in fondo, è un bel posto, la vita non è così tremenda “dentro”, le attività organizzate per favorire il recupero sono interessanti, mentre fuori il confronto con la realtà, a Napoli in particolare segnata da una forte presenza camorristica, sarà spietato.
Con Nisida. Grandir en prison, in estrema sintesi, Lara Rastelli si fa carico con grande
sincerità di tutte queste contraddizioni, portandole alla luce attraverso le testimonianze dei
diretti interessati, allo stesso modo in cui un’altra regista italiana, Costanza Quatriglio, ha
scandagliato un altro “punto cieco” della nostra società, quello costituito dai minori stranieri
non accompagnati, con Il mondo addosso, un film che, al contrario di Nisida, è girato quasi
tutto “di spalle”, ovvero facendo attenzione a non inquadrare mai in volto alcuni dei suoi protagonisti. I due documentari indagano con grande sensibilità e al tempo stesso con una
schiettezza che non scade mai nella polemica sterile (anzi, esaltando sempre le esperienze
positive) due dimensioni spesso legate a filo doppio e, soprattutto, sconosciute alla maggioranza degli spettatori o, peggio, inficiate da pregiudizi classisti e stereotipi razzisti.
Tutto ciò riuscendo a evidenziare le criticità di un sistema ricco di contraddizioni che, forse
anche grazie alle indicazioni fornite da un film, può trovare gli strumenti per cambiare.

Fabrizio Colamartino

 

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