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Recensioni> Falsa testimonianza, Italia, 1999. Regia di Piergiorgio Gay.

Falsa testimonianza

 

Se è vero che da sempre uno dei principali doveri del documentario è quello di dare voce, corpo e identità a chi è stato privato di tale diritto, Falsa testimonianza, il mediometraggio di Piergiorgio Gay che documenta l’attività teatrale svolta dal Teatro Kismet OperA all’interno
della Sala Prove dell’Istituto penale minorile Fornelli di Bari, si fa carico in pieno di tale
compito verso i giovani detenuti protagonisti dell’omonimo spettacolo teatrale scritto da Lello
Tedeschi
e diretto da Enzo Toma.
Falsa testimonianza, infatti, non è il classico filmato promozionale finalizzato semplicemente
a illustrare progetti e attività svolte e a dar voce a chi le ha ideate (il Kismet) e sostenute (il
Ministero di Grazia e Giustizia, l’Ente Teatrale Italiano), dunque girato a uso e consumo delle
istituzioni: fare questo significherebbe “passare sopra le teste” dei protagonisti o, peggio,
utilizzarli strumentalmente a fini politici. Non è nemmeno teatro filmato, una semplice ripresa
dello spettacolo dal vivo diretta a conservare la memoria di un evento, per quanto importante
o insolito esso sia. E neanche una documentazione sul lavoro preparatorio della messa in scena, atta a testimoniare, magari a fini di studio, le tecniche e i procedimenti adottati dal regista per perfezionare la performance degli interpreti. Falsa testimonianza è un po’ tutte queste cose ma è soprattutto l’occasione per conoscere meglio i destinatari (non esclusivi) dell’attività della Sala Prove, coloro che interpretano il testo teatrale, ovvero i ragazzi dell’IPM Fornelli.
Se è possibile restituire a qualcuno la sua identità solo facendo piazza pulita degli stereotipi e
dei luoghi comuni che lo incasellano all’interno di categorie, tanto più generiche e distorte
quanto più sono sottratte al confronto diretto con la realtà, qual è la strategia messa in campo
da Falsa testimonianza? Chi guarda il film assiste alle prove dello spettacolo alternate a brani della piéce messa in scena davanti al pubblico e alle testimonianze degli attori che parlano della loro esperienza sulla scena, dei loro rapporti con il regista, della loro vita caratterizzata
da esperienze comuni a qualsiasi adolescente che non sia cresciuto in una condizione
particolarmente fortunata. Ne emergono, in particolare, i vissuti di tre ragazzi capaci di
parlare liberamente di se stessi, del loro passato non sempre facile ma dal quale affiorano
anche ricordi piacevoli (le ragazze, gli amici, il divertimento). Certo, colpisce profondamente
l’evidente divario tra l’estrazione sociale dei ragazzi, certamente non privilegiata, la dedizione
e la professionalità dimostrate nel corso delle prove e, soprattutto la resa scenica impeccabile
del loro lavoro. Emergono i primi dubbi, lo spettatore si chiede a quale strana esperienza stia
assistendo: da un lato si meraviglia del contrasto tra le due dimensioni (le esperienze di vita
raccontate dai ragazzi e quelle teatrali documentate dalle immagini), dall’altro forse un po’ si vergogna di questo piccolissimo pregiudizio su di loro che, malgrado tutto, continua a nutrire.
È soltanto nel finale che i ragazzi rivelano la propria condizione di reclusi, dichiarando
nell’ordine il proprio nome, il reato per il quale sono stati condannati (o, in molti casi, il fatto
che sono in attesa di giudizio) e la data in cui terminerà la loro pena. Il gioco è fatto: il pregiudizio è stato evitato proprio perché lo spettatore non è stato avvertito della reale condizione dei protagonisti e non ha potuto frapporre tra sé e la visione tutti quegli schermi di difesa che avrebbero fatto ricadere ciò che ha visto all’interno di questa o quella categoria. Se esiste una condizione che soffre il pregiudizio della società, è probabilmente quella di coloro che
scontano la loro pena in carcere e, probabilmente, è ancor più ingiusto che a dover subire il
preconcetto di uno sguardo superficiale sia proprio chi un’identità se la sta costruendo faticosamente, a cavallo tra adolescenza e maturità, vivendo la contraddizione dello scontro tra le regole del mondo adulto e una personalità in crescita, spesso trovandosi a dover scegliere tra legalità e crimine o, peggio ancora, trovandosi a non poter scegliere affatto.
Ma la strategia di Falsa testimonianza, se possibile, è ancora più sottile: lo spettatore nel
corso della visione ha incominciato a sospettare qualcosa soprattutto a partire dal testo teatrale
provato e recitato dai ragazzi: è la piéce la dimensione al cui interno affiorano gli echi di
quella vita violenta vissuta anche nella realtà, i fantasmi di morte che hanno sfiorato le esistenze in bilico dei ragazzi e che, forse, proprio attraverso quest’esperienza potranno essere
esorcizzati.

Fabrizio Colamartino

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Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza, Istituto degli Innocenti