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Recensioni > Cochochi di Laura Amelia Guzmán e Israel Cárdenas (Messico, 2007)

Cochochi

I due giovani registi, Laura Amelia Guzmán e Israel Cárdenas, rispettivamente dominicana e messicano, hanno scelto di girare un lungometraggio nella Sierra Tarahumara, partendo dal villaggio di Sant’Ignacio nella valle di Okochochi, dopo aver conosciuto e discusso con i due ragazzini protagonisti, fratelli anche nella vita, che in Cochochi (presentato a Venezia 64 nella sezione Orizzonti) recitano in pratica se stessi: Tony Louis Antonio Lerma Torres detto Tony ed Evaristo Lerma Torres. Il racconto – che a qualcuno potrà ricordare Ladri di biciclette e a qualcun altro Dov’è la casa del mio amico? – oscilla tra la fiction e il documentario ed è costruito sul classico schema del viaggio iniziatico che Tony e Evaristo, appena diplomati alla scuola primaria, devono compiere per portare delle medicine al fratello del nonno che vive lontano da Sant’Ignacio, in una fattoria isolata, circondata da un canyon.
Il film si apre con la partita di basket a cui stanno partecipando i due fratelli, e subito vengono tratteggiati i caratteri diversi, se non opposti: Tony è estroverso, ama giocare con gli amici e gli piace la scuola, Evaristo è taciturno, responsabile e studioso e, mentre è costretto a giocare coi compagni di scuola, guarda distratto oltre la rete della recinzione scolastica, dove ci sono prati verdi e cavalli al pascolo, sognando forse di galoppare libero con loro. Ma è ovviamente Tony a prendere l’iniziativa decidendo di affrontare il viaggio dopo aver “preso in prestito” un bellissimo cavallo dal manto grigio di proprietà di uno zio che, tuttavia, gli aveva vietato di toccarlo. Dopo essersi persi all’interno di una vallata, malgrado Tony sostenesse di conoscere la strada da percorrere, i due fratelli decidono di lasciare il cavallo legato ad un albero per cercare aiuto e ritrovare la strada per la fattoria. Al loro ritorno, tuttavia, il cavallo è sparito e, fra disaccordi e accuse reciproche, Evaristo e Tony si dividono, il primo per cercare la fattoria e il secondo per ritrovare il cavallo. Nel viaggio che li attende entrambi faranno incontri ed esperienze molto diverse dai quali trarranno una serie di insegnamenti che li aiuteranno a crescere: come la scelta tra la vita nel ranch e la scuola porterà i fratelli a separarsi, anche il viaggio, pur dividendoli, permetterà loro di scoprire una solidarietà mai espressa ma che li ha sempre legati.
La coppia di registi, nonché autori della sceneggiatura e curatori della fotografia, per realizzare Cochochi ha lavorato a lungo con Tony e Evaristo, soprattutto per abituarli alla cinepresa: è un metodo molto complesso e soprattutto lento (una sorta di “banalizzazione” della presenza della macchina da presa) che, tuttavia, porta a risultati straordinari come nel caso di Essere e avere di Nicholas Philibert, interamente ambientato in una scuola di campagna. La presenza del cavallo, poi, è stata indispensabile per aiutare i registi ad instaurare un rapporto di fiducia con i ragazzini che hanno imparato i dialoghi in spagnolo e poi li hanno poi recitati liberamente nel loro dialetto.
Anche il lavoro sulla sceneggiatura si potrebbe definire una sorta di work in progress: l’idea iniziale era un racconto che girava intorno alla perdita di un cavallo, ma in seguito la storia si è evoluta con l’aiuto dei ragazzini grazie ai quali è stato introdotto il tema della scelta, visto che entrambi erano indecisi sul continuare gli studi dopo il diploma.
Girato interamente con la cinepresa a mano in 5 settimane, Cochochi è un film a basso costo che ha trovato uno dei finanziatori in Diego Luna (co-produttore con Gael Garcia Bernal e Pablo Cruz). Il produttore ha affermato in conferenza stampa di essere stato colpito dalla sceneggiatura per il fatto che parla di sentimenti forti come l’amicizia tra fratelli e per l’ambientazione scelta, una zona del Messico molto particolare. la Sierra Tarahumara, fondata su una cultura indigena, rurale, legata alle tradizioni, basata sull’agricoltura e sull’allevamento. Una terra ancora incontaminata, rimasta a uno stadio preadolescenziale, lo scenario ideale per raccontare con spontaneità una piccola-grande storia di iniziazione alla vita.

Joseph Moyersoen

 

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