
Jack Burridge (interpretato dal bravo Andrew Garfield già visto nell’opera di Robert Redford Leoni per agnelli) è un ventiquattrenne che esce di prigione dopo aver scontato la propria pena in carcere per l’accusa di un omicidio commesso quattordici anni prima ai danni di una coetanea.
Con l’aiuto di un assistente sociale che diviene suo confidente, a Jack viene data una seconda chance: la possibilità di rifarsi una vita, di ricominciare daccapo, proprio come suggerisce il titolo “Boy A”, un ragazzo anonimo che riparte dalla lettera “A”. Infatti, proprio partendo dalla scelta del suo nuovo nome “Jack”, al ragazzo viene data una diversa identità per non essere riconosciuto e perseguitato dai mass media che hanno già annunciato a grandi titoli la liberazione del “mostro” di turno e aperto la caccia per scovarlo.
Grazie a un gioco di brevi e intensi flashback alternati alle sequenze che narrano le difficoltà affrontate quotidianamente dal protagonista (i piaceri ma anche le insidie sono molti, come ad esempio quando Jack si fa trascinare in discoteca e assume una pastiglia di ecstasy, malgrado si trovi sotto libertà vigilata) vengono rievocati gli eventi funesti che lo portarono in carcere. Il protagonista farà amicizia con un collega che in seguito gli farà da tutor e conosce Michelle, una bella segretaria, con cui inizierà non senza difficoltà una storia d’amore.
Di fronte a un film come questo alcuni interrogativi scorrono certamente nella mente del pubblico durante la proiezione: è possibile riabilitare un omicida anche se bambino? che rapporto di equilibrio ci può essere tra il rigore della condanna, l’esigenza di risarcire i parenti della vittima e la riabilitazione del condannato? Nei Paesi europei solo il Regno Unito, famoso per la sua intolleranza nei confronti degli autori di reati gravi anche se bambini, prevede la possibilità di condannare alla pena del carcere anche bambini infraquattordicenni che negli altri Paesi europei non sono neanche considerati imputabili, ossia sottoponibili ad un processo penale con l’accusa di aver commesso un reato. Basti pensare al caso realmente accaduto alla fine degli anni novanta, dei due undicenni che uccisero un bambino molto più piccolo di loro e furono condannati in Inghilterra ad una lunga pena carceraria.
Questi interrogativi poi devono fare i conti con la realtà dei fatti raccontati da Boy A, perché si comprende, man mano che si entra in contatto con il personaggio di Jack, che forse non è stato lui a uccidere la coetanea ma il perfido e problematico amico “Boy B”, vittima di abusi, con il quale il protagonista aveva cominciato a marinare la scuola e a commettere reati minori (rissa con lesioni, furto, ecc.). Il protagonista, che era sempre stato un bambino tranquillo e succube delle violenze verbali e fisiche perpetrategli sia dai coetanei che del padre padrone, poteva spingersi così in là (commettere un omicidio) per farsi accettare dal nuovo amico?
La svolta del film avviene quando Jack salva una bambina che ha avuto un incidente d’auto mortale, proprio usando un taglierino che fu tanti anni prima l’arma del delitto, quasi come per volersi togliere di dosso quell’etichetta che era stato costretto a portarsi dietro. Ma dal salvataggio all’interesse dei media che lo considerano un eroe, fino alla scoperta della sua precedente identità, il passo è molto breve e Jack si trova d’improvviso a fare i conti con il suo passato, da solo. Sarà la fine di tutto o un altro nuovo inizio?
Tratto dal romanzo di Jonathan Trigell, il regista irlandese John Crowley, qui alla sua seconda opera, ha voluto raccontare un’altra storia di personaggi marginali, borderline, di cambiamenti desiderati e di incroci di destini a volte fatali. A differenza di altri film che hanno toccato il tema della riabilitazione penale degli adolescenti come Il figlio dei fratelli Dardenne, Crowley ha unito un filo di leggerezza nel lasciare più spazio al tentativo di rimarginare le ferite del passato.
Vincitore quale miglior film della sezione Panorama del Festival di Berlino 2008, Boy A ci racconta con una solida sceneggiatura, una storia di vita nella violenta classe operaia di Manchester, unendo una grande capacità di trasmettere emozioni senza mai cadere nel pietismo e nel melodramma, con una costruzione dei personaggi capace di introspezione e approfondimento psicologico. Così, senza mostrarci l’omicidio, senza scadere nel moralismo e con un finale a sorpresa, il regista dissemina il film di tanti quesiti che invitano il pubblico a riflettere, cosa che purtroppo ben pochi registi riescono a fare.
Joseph Moyersoen
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