

(Cittadini in crescita n. 3, 2004, pp. 233-250)
«Non è più tempo d’eroi», dicevano soltanto negli anni Settanta due numi tutelari di campi artistici differenti come il cinema (Robert Aldrich) e la musica (Gli Stranglers, artisti punk inglesi, genere musicale che estremizzava la protesta ormai in qualche modo integrata nel sistema del rock ‘n’ roll). E pare non essere più tempo d’eroi nemmeno nella produzione cinematografica contemporanea, in cui l’impegno politico, civile e solidale dei giovani sembra essersi esaurito sull’ondata del riflusso anni Ottanta e della disillusione che ne è conseguita. Meglio ancora, è l’impegno politico di massa a dare la netta sensazione di essersi ormai del tutto compiuto, sacrificato sull’altare di un sempre più solitario individualismo che, nella politica, nell’impegno civile e nella solidarietà verso gli altri cerca una dimensione a cui aggrapparsi: innanzitutto, per non perdere definitivamente un centro di gravità attorno ad un sistema di valori personale e poi, solo in seconda istanza, per ancorare la propria esperienza individuale a quella di una fetta abbastanza omogenea di generazione.
Appaiono ormai irrimediabilmente lontani (di quasi quarant’anni) i tempi in cui il compito delle nuove generazioni era di prendere coscienza delle proprie responsabilità e liberare (e di far librare) “la fantasia al potere”. Poco importa se poi molti di quegli stessi giovani facevano parte della stessa classe borghese che attaccavano apertamente, un fenomeno stigmatizzato, con grande eco e scandalo – come sempre in quegli anni – da Pier Paolo Pasolini nei versi: «Quando ieri a ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/coi poliziotti/io simpatizzavo coi poliziotti!/Perché i poliziotti sono figli di poveri (…)», ma anche, più prosaicamente, dal bidello del film di Gabriele Muccino Come te nessuno mai, il quale fa laconicamente notare agli studenti liceali che lo chiamano dalla loro parte durante un’occupazione scolastica perché d’estrazione proletaria, che sono proprio loro ad essere la variabile impazzita perché non proletari. Lo scopo, al di là delle derive materialistiche, idealistiche, empiriche, ipocritamente sovversive, ma calcolatamente nichilistiche, era motivare dalle fondamenta la morale dell’uomo che si sentiva (non sempre a ragione) veicolo portante nel raggiungimento di una reale libertà civile e ideologica, come se si trattasse di un categorico e inderogabile imperativo etico. Altrimenti sarebbe stata la fine.
Sono passati quasi quarant’anni, molti dei rivoluzionari di allora occupano oggi posti di responsabilità – spesso dopo aver operato un autentico salto della quaglia che li ha portati più vicini al loro DNA d’origine (quello familiare) e li ha collocati in una posizione diametralmente opposta al credo di gioventù – e ci si è accorti inoltre che, nonostante i più o meno repentini cambiamenti di scenario, la fine non è giunta e le fondamenta dello Stato hanno subito solo alcuni (piccoli?) assestamenti successivi.
Il cinema, specchio spesso fedele dei mutamenti di una società, ha registrato nel corso degli anni queste trasformazioni. Il passato è ormai alle spalle, e nel presente la tendenza è quella di stemperare l’impegno politico, la contestazione, attraverso una ricerca personale, formativa, che considera l’esperienza quotidiana in senso individuale, “utile” per raggiungere e superare (non sempre in tempi ridotti) la soglia che divide la giovinezza dall’età adulta. Paradigmatici, a proposito, sono due pellicole italiane di successo come Ora o mai più di Lucio Pellegrini (2003) e Come te nessuno mai di Gabriele Muccino (1999): qui l’engagement giovanile è filtro o corollario di un tragitto che è anche, se non addirittura soprattutto, sentimentale, laddove, invece, nel passato era essenzialmente contestatario e ribellistico, se non puramente umanitario (come nel caso languido e edulcorato di La città dei ragazzi di Norman Taurog, 1938).