
Gallerie di immagini dedicate al fare, al viaggiare, al riflettere così come li mostra il cinema
Nella rivista di pedagogia <<Infanzia>>, c’è una rubrica curata dal professor Roberto Farné, dedicata alle immagini, alla rappresentazione dei bambini nel cinema, nella televisione, nelle pubblicità e nei nuovi media. Il titolo della rubrica è quanto mai illuminante e lo prendiamo a prestito per la presentazione di questa sezione di CAMeRA: Iconolandia.
Quando si parla di cinema e bambini o ragazzi, soprattutto se tali riflessioni provengono dal mondo delle scienze pedagogiche, sociali o psicanalitiche, solitamente ci si sofferma sulle tematiche che li riguardano, sulla loro condizione, sui diritti da tutelare. In realtà un bambino sullo schermo è innanzitutto una proiezione, un’immagine, un fotogramma di pellicola o di pixel che emana – come direbbe Walter Benjamin – un’aura, una luminescenza che ha già significati di per sé. Per qualche verso può essere considerata un’icona. E come le icone religiose, i cui soggetti si ripetono sempre uguali nel tempo e si differenziano essenzialmente per lo stile, il tratto del disegno, la scelta dei colori, così i bambini e i ragazzi sullo schermo spesso offrono immagini di sé che ritornano centinaia e centinaia di volte, sempre uguali e sempre nuove. I gesti della quotidianità, i loro sguardi, i rituali ripetuti da intere generazioni, rappresentano le coordinate geografiche di questa città delle immagini dei bambini e delle bambine, di questa iconolandia infantile ed adolescenziale, che lo spettatore spesso conosce e percepisce ma su cui raramente riflette. Questa sezione del sito non è quindi soltanto una raccolta di gallerie di fotogrammi, recuperati qua e là dalla rete o dai repertori fotografici di case di distribuzione e di produzione, ma vuole essere un modo per approfondire da un punto di vista visivo – in attesa che qualche studioso lo faccia anche da un punto di vista analitico e semiologico – il gradiente semantico, ossia il significato intrinseco, della presenza fisica di questi piccoli personaggi fatti di carne, pellicola e, appunto, aura. Più che fotogrammi, i contenuti delle gallerie sono “fermo immagini”, come quella celeberrima del finale de I quattrocento colpi, che condensano in sé intere esperienze narrative, stereotipi e modelli di rappresentazione, abitudini dello sguardo adulto nei confronti del mondo infantile, ma anche – forse – quel “non so che” di impalpabile ed incontrollabile dalla macchina da presa che i bambini e i ragazzi proiettano inconsapevolmente verso lo spettatore.
Le gallerie