


Sciuscià è strutturato su un doppio binario: da una parte il mondo dei ragazzi e dall’altra, altrettanto importante, il mondo degli adulti e delle istituzioni che essi rappresentano. Ciò potrebbe sembrare, ad un primo stadio di lettura, improbabile, giacché il film è basato quasi esclusivamente sulla storia dell’amicizia spezzata di due ragazzi e attorno a loro si muove un universo popolato soprattutto di loro coetanei (in modo particolare nel carcere, ma anche nelle scene di strada, quelle dove i due lustrascarpe vivono insieme ad altri ragazzetti della loro età). Pur tuttavia, senza la presenza e i comportamenti degli adulti (marginali solo in apparenza), non sarebbe comprensibile lo svolgersi drammatico dei fatti.
I due mondi sono in netta contrapposizione tra loro. Già dall’inizio della storia all’universo infantile sono associate le idee di spazio aperto (le scene ambientate all’ippodromo o nelle strade mentre puliscono le scarpe ai soldati americani), di lealtà e valori condivisi (l’amicizia tra Pasquale e Giuseppe; il loro dormire assieme; l’omertà con cui nascondono i complici per mantenere fede a una promessa) di ricerca del piacere (raggiunta grazie alla cavalcata spavalda per le strade di Roma in groppa a Bersagliere), di sogno e idealismo (tanto che vogliono acquistare un cavallo, decisione assolutamente antieconomica), di accumulazione dei soldi come strumento e non come fine.
Al contrario, a quello degli adulti sono accomunate le idee di spazio chiuso (quasi tutti gli spazi in cui agiscono sono stanze di appartamenti o uffici), di amoralità o assenza di valori (i complici dei due ragazzi che li sfruttano per proprio tornaconto personale) di rifiuto del piacere (il cavallo è utilizzato come carro funebre e non come ‘giocattolo’), di forte pragmatismo (nessun adulto dimostra di avere un minimo di immaginazione), di accumulo del denaro solo per desiderio di ricchezza.
Pur con pochi tratti, il mondo degli adulti tratteggiato da De Sica si rivela fondamentalmente ingiusto perché basato su logiche prive di amore o di valori. Il direttore del carcere ha una sola parola d’ordine: repressione; i poliziotti non esitano a usare la truffa (fingendo di picchiare Giuseppe) per estorcere da Pasquale la verità; gli avvocati fanno anche peggio sancendo la definitiva fine dell’amicizia tra i due, quando li mettono l’uno contro l’altro durante il processo; la madre di Giuseppe piange solo per il destino del fratello maggiore, dimostrando poca attenzione verso il figlio più piccolo; i complici dei due sciuscià comprano il silenzio dei ragazzi regalando loro qualche vettovaglia; il medico lavora stancamente incurante dei suoi piccoli pazienti; le guardie del carcere minorile non esitano a adoperare la violenza o la legge del baratto per trattare con i giovani detenuti.
Anche Bartoli, l’unico dipendente che dimostra un po’ di pietà e amore per i ragazzi, alla fine getterà la spugna, affermando, dopo la morte di Raffaele, di non farcela più e di non essere abbastanza severo per poter lavorare in carcere. Le azioni dei ragazzi acquistano così significato solo in relazione al comportamento degli adulti: se, infatti, nella prima parte del film i due amici vivono felici perché hanno trovato un equilibrio e una serenità d’animo grazie ad un obiettivo comune (l’acquisto e la cura di Bersagliere), nel momento in cui entrano in contatto con gli uomini ogni loro azione è destinata a separarli sempre di più invece che ad unirli.
Questo percorso di distacco sarà tanto radicale da trovare la sua fine definitiva proprio per opera del sogno che i due ragazzi avevano in comune (Bersagliere), e che è stato spezzato dall’intervento degli adulti. Intervento che è sempre invasivo: i due sciuscià finiscono in carcere per colpa degli amici del fratello di Giuseppe, in modo inconsapevole dato che non erano a conoscenza della truffa intentata ai danni di un’anziana signora; vengono mandati in carcere dai poliziotti, sistemati in celle separate dalle guardie, messi l’uno contro l’altro dai poliziotti e poi dagli avvocati.
Anche la morte di Giuseppe, se vogliamo ben vedere, è determinata dalla decisione di Pasquale di tradire l’ex-amico e accondiscendere al volere dei poliziotti, accompagnando gli stessi nel suo nascondiglio. Ricordiamo inoltre che qui gli adulti sono prima rappresentanti di un’istituzione e poi individui. Come nel successivo Ladri di biciclette, nel quale De Sica punterà il dito contro gli apparati ecclesiastici, i ceti medi, i partiti politici, qui l’autore si rivolge ai poliziotti, ai giudici, agli avvocati, ai ladri, ai medici.
Categorie sociali che sono tutte a contatto, chi in un modo chi in un altro, con l’ideale della giustizia. E’ proprio il valore dell’uguaglianza (mancata) il filo conduttore dei due film, l’argomento che più interessa il regista. La stessa micro-comunità del carcere, d’altronde, è soggetta a leggi basate sul principio di giustizia (anche la lima nel materasso di Pasquale è un segno di vendetta per una norma non rispettata dal ragazzo). Tuttavia, proprio perché a contatto con gli adulti, il microcosmo del riformatorio finisce per avere le stesse disfunzioni del sistema etico macrosociale. A lasciarci le penne, infatti, sarà Raffaele, il più indifeso all’interno del carcere.
La fuga di Bersagliere, nel finale del film, diventa così il sigillo sia della fine del sogno dell’infanzia sia dell’amara fine di qualsiasi speranza di giustizia, che albergava fino allora in Pasquale. Egli, dopo il suo gesto, acquisirà la consapevolezza dell’ingiustizia come elemento inevitabile della vita.
Anche egli ora è reo di un’ingiustizia grave, anche egli finalmente, in un romanzo di formazione rovesciato dove solo gli elementi più degradati della società verranno appresi da Pasquale, farà parte del mondo degli adulti. La sua terribile iniziazione si è compiuta.