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Capolavori > Rosetta

ROSETTA

Analisi tematica

Grazie a un’adesione della messa in scena al soggetto tale da impedire una distinzione netta tra scelte formali operate e tematiche trattate, Rosetta è un film che ci priva quasi della possibilità di giudicare i fatti e tantomeno di trarre insegnamenti dalla vicenda narrata.

Con un incipit che ci piomba in media res costringendoci ad accettare la realtà mostrataci, e un finale improvviso che lascia ben poco spazio alla speranza di una possibilità di riscatto, i fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne ci consegnano intatta un’esperienza di cinema che difficilmente si lascia ridurre entro i limiti consolanti di un’elaborazione razionale che possa riportare la storia del singolo entro le coordinate rassicuranti del sociale.

La storia di Rosetta è spiazzante anzitutto perché insolitamente reale: abituati a stuoli di adolescenti che lottano per proclamare la propria libertà, per affermare la propria diversità, per cercare, magari molto lontano da casa propria, un’identità dai contorni incerti, ci troviamo (caso più unico che raro) di fronte a una ragazzina che combatte per affermare il proprio desiderio di normalità.

Se non fosse che lotti per dei diritti che sono fondamentali per qualsiasi individuo, e se la sua storia non si caricasse spontaneamente di istanze progressiste per naturale opposizione a un sistema che spesso ignora quei diritti, si potrebbe affermare che quello di Rosetta sia un personaggio conservatore.

A confermarcelo l’assenza di una vera e propria evoluzione del personaggio sia dal punto di vista ideologico ed emotivo (tranne che nell’ultima sequenza) sia da quello drammatico, nella misura in cui si può ragionevolmente affermare che il film non racconta niente ma si limita a registrare il quotidiano. Se Rosetta è costretta ad agire entro i limiti della lotta per la sopravvivenza, della conservazione di quel poco che ha, tuttavia sembra animata anche da un senso morale assoluto e primordiale che, al di là del puro e semplice bisogno, la porta a rifiutare qualsiasi aiuto esterno: all’ufficio di collocamento rifiuta il sussidio di disoccupazione e, in una delle sequenze più drammatiche, la vediamo gettare via il cibo che la madre ha avuto in regalo perché lo considera un’elemosina.

Non è così, invece, per i vestiti ricevuti da un’associazione benefica: il lavoro (la madre ripara gli indumenti, e lei li rivende a un negozio di abiti usati) riesce a sottrarre gli oggetti al loro statuto di elemosina. Così, il lavoro non è più un semplice strumento di sussistenza materiale ma, più dell’amore o dell’amicizia (valori astratti e dunque non immediatamente quantificabili secondo la logica di abbrutimento cui è costretta Rosetta), diviene strumento di sopravvivenza della propria dignità di essere umano.

Il lavoro, per lei, ha una funzione addirittura terapeutica: la sequenza in cui il pasticcere le insegna a impastare le cialde è una delle poche in cui la vediamo finalmente calma, addirittura rilassata. Di tale dimensione solitaria del personaggio, che solo nel rapporto con gli oggetti (meglio, con gli strumenti del proprio lavoro) riesce a trovare la serenità, è testimonianza un breve “dialogo” in cui la protagonista, tra sé e sé, fa il bilancio della propria esistenza e dal quale emerge l’isolamento di questo personaggio che cerca nella sua stessa voce, nelle proprie affermazioni, la conferma di una realtà, di un cambiamento del mondo intorno a sé, cui pare non riuscire a credere.

Per Rosetta, dunque, l’Altro non esiste se non in un rapporto di scambio puramente strumentale: nell’unica sequenza in cui non la vediamo indaffarata a sopravvivere (quando Riquet l’ha invitata a casa sua) è chiusa in se stessa, completamente disinteressata ai discorsi dell’amico.

Quando il giovane la invita a ballare, poi, scappa via in preda a forti dolori: il ballo, inteso come momento di seduzione, forse anche preludio di un atto sessuale, è inconcepibile per chi come Rosetta è costretta a concentrare tutte le proprie energie (e forse anche la libido) nell’atto del rimanere in vita.


 


Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza, Istituto degli Innocenti