


Il discorso sviluppato da François Truffaut attraverso alcuni suoi film sul mondo dell’infanzia è sicuramente tra i più affascinanti e complessi che si possano incontrare nella storia del cinema. Il film con cui esordì, I quattrocento colpi (1959), era incentrato sulla figura di un ragazzino che, completamente abbandonato dalla famiglia e dalla società, si affacciava faticosamente e in solitudine alla vita adulta.
Ma se ne I quattrocento colpi eravamo di fronte a un adolescente privato principalmente dell’affetto, in questo film (la sceneggiatura è tratta da due rapporti compilati per il governo francese dal dottor Jean Itard ai primi dell’Ottocento) il piccolo protagonista manca di quello strumento basilare per entrare in contatto con il mondo che è il linguaggio.
È proprio partendo da queste premesse che si sviluppa, portando il discorso sulla difficoltà del bambino a costituirsi come soggetto autonomo rispetto alla famiglia e alla società al suo limite estremo, un altro tra i temi fondamentali nella poetica di Truffaut: il rapporto dell’individuo con la cultura, con il linguaggio e, in particolare, con la scrittura. Il rilievo dato dal film a questo tema (fondamentale per poter comprendere anche la complessa osmosi esistente tra il passato, l’infanzia dello stesso regista e la sua opera) ci riporta a un’altra celebre pellicola di Truffaut: Farenheit 451 (1966). In quel caso potevamo assistere alla riconquista del linguaggio scritto da parte di un adulto che, ribellandosi alle assurde leggi imposte da una società decisa a proibire la lettura, riesce a comprendere il proprio valore di individuo in quanto depositario di una memoria che passa anche (e soprattutto, nel caso di Truffaut, grafomane e amante dei libri) attraverso la parola scritta. Ne Il ragazzo selvaggio il regista fa proprie una serie di suggestioni appartenenti al clima culturale dell’epoca in cui è ambientato il film, la fine del Settecento: il ‘mito del buon selvaggio’, le riflessioni sul rapporto tra natura e civiltà, la funzione del linguaggio come elemento discriminante nel passaggio dall’una all’altra sono tutti temi cari ai philosophes dell’illuminismo – Rousseau, Voltaire – le cui teorie sembrano permeare profondamente il pensiero di Itard e le sue decisioni riguardo all’educazione di Victor.
Questi è un essere naturale, che ha perso la sua vera madre (probabilmente è stato abbandonato all’età di tre, quattro anni nella foresta perché illegittimo) per trovarne un’altra: la natura. Itard, dunque, si propone come figura paterna a tutti gli effetti, anche nel senso psicanalitico del termine: egli è colui che tenta di strappare definitivamente Victor al suo stato di vita simbiotica con la madre-natura, spesso con violenza, imponendogli in un’occasione addirittura una punizione palesemente immotivata per poter capire se il ragazzo è riuscito a far proprio il senso del giusto e dell’ingiusto, insomma esercitando su di lui tutta una serie di costrizioni e di divieti.
Se ciò che Victor desidera maggiormente è bere dell’acqua guardando dalla finestra il paesaggio, perché così riesce a soddisfare sia pure parzialmente il proprio desiderio di ritornare in quel grembo materno che gli ha dato riparo fino a poco prima, gli esercizi che Itard gli impone sono invece, nella loro monotona ripetizione, una sorta di addestramento alla vita civile, fatta di regole, di divieti (che permettono all’individuo di articolare il proprio rapporto con gli altri) e di rinunce, prima fra tutte quella al rapporto unico e univoco intrattenuto fino ad allora dal ragazzo con quella natura che ha fatto per lui le veci di una madre.