
Dal testo di François Villet, L'image de l'enfant au cinéma, Les editions du cerf, Paris, 1991, pp. 111-120.
* proponiamo la traduzione dal francese di questo articolo perché rappresenta uno dei pochi esempi in cui si è cercato di inquadrare la presenza dei bambini nei film da un punto di vista esclusivamente cinematografico. Le teorie sostenute da Villet sono interessanti perché mostrano i limiti ma anche le potenzialità di un tale approccio: tra i primi segnaliamo una certa propensione alla retorica, un metodo di avvicinamento alla materia molto partigiano, la rinuncia alla scientificità del discorso, la preponderanza per gli aspetti emotivi dell'analisi; tra le seconde evidenziamo una chiave di lettura che oltrepassa il confine tra genere e film d'autore, la capacità di delineare come il linguaggio cinematografico si modifica in presenza di un bambino, la centralità della fase scopica (il punto di osservazione e il momento dell'osservazione) per comprendere i meccanismi di rappresentazione dell'infanzia.
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Confidava qualche tempo fa Wim Wenders: «Mi sembra che se dovessi parlare dell' ‘immagine che ho dell'infanzia' tradirei, già dal principio, ciò che mi aspetto da un bambino, quello che non hanno ancora perduto. Il loro sguardo, la loro capacità di osservare il mondo senza necessariamente averne un'opinione immediata o trarne delle conclusioni. Il loro modo di guardare corrisponde allo stato di grazia per un cineasta. È quello che dovrei attendermi da un bambino, questa apertura». 1
In ogni autore per il quale l'infanzia ha un'importanza capitale si ritrova il senso della prima immagine del mondo, questo senso innato che è proprio dei bambini. Lumière aveva questo sguardo e dopo di lui: Méliès, Vigo, Feyder, Chaplin, Truffaut, Comencini, Tarkovskij, Wenders, per citarne solo alcuni. Anche altri cineasti, naturalmente, pur non mettendo i bambini al centro della loro filmografia, possiedono questa profonda affinità con il loro sguardo. C'è comunque un'estetica pittorica, espressiva, attorno a questi sguardi che vorremmo analizzare.
Dinnanzi alla ricchezza e all'originalità del racconto, dimentichiamo, infatti, troppo spesso la forza e la purezza dell'immagine, nonostante essa agisca su di noi, nonostante l'infanzia sia anch'essa il risultato di un gioco di luci, di forme, di colori, in una verginità plastica che sprigiona le emozioni primarie della vita. Gli elementi basilari dell'affinità tra infanzia e cinema sono tutti qui. Il mondo è nato da uno sguardo. È nato perché un occhio si è posato all'interno di un vuoto illimitato. Lumière non filmava solamente un treno, una carrozza o un bebè, egli filmava senza saperlo il vuoto eterno che ha preceduto il passaggio di un treno o di una carrozza o il pasto di un bebè. Ogni film tende ad innalzare il mondo dal caos iniziale, dai limbi dell'assenza. Lo sguardo vergine dell'artista è alla base di ogni possibile creazione E il mondo rinasce nell'occhio di ogni bambino, come se prima non fosse mai esistito. […] L'arte dell'infanzia simboleggia la verginità prima del disinganno, prima della perdita del sé, prima dell'alienazione sociale. È una perpetua trasgressione della durata, un continuo anacronismo. […] L'infanzia è il punto di partenza di ogni cosa […] e il cinema, in quanto edificio costruito sopra la supremazia di uno sguardo, elegge così l'infanzia a sovrano della propria arte. […]
Cinegenia dell'infanzia
Se il cinema è il solo mezzo che riproduce fedelmente le emozioni del mondo infantile, esso è anche l'unico che testimonia i tempi dell'infanzia, il suo avanzamento e la sua caduta, la natura del suo sguardo, la qualità dei suoi silenzi, gli spazi personali che celebrano lo sguardo e il silenzio, giardini immaginari, onirici e segreti della vita. Grazie al cinema, noi osserviamo al ralenti questo mondo chiuso, le sue trasformazioni più intime, le sue ferite nascoste, la presenza dei sogni e delle loro evanescenze come un entomologo studia una comunità di formiche o un etnologo studia una tribù dell'Africa tropicale. Ma una domanda è lecita: cosa sappiamo realmente di questo piccolo universo che noi frequentiamo ogni giorno, ogni istante? E cosa apprendiamo su di esso dal cinema? […]
Il cinema con i suoi movimenti, le sue rivoluzioni, i suoi ritorni alle origini, inventa – reinventa – l'infanzia, e l'infanzia si reinventa al cinema. «Inventa o ti divoro», minacciava la Sfinge. Sono questi giochi di specchi, di identificazione, di origini confuse, di anime gemellari, che occorre affrontare. Senza l'invenzione permanente, la vita si irrigidisce, si perde, affonda nel fango del niente o del vuoto. L'infanzia lo sa, forse solo per propensione all'intuito, e non smette mai di saperlo. Il cinema a compreso che deve ispirarsi ad essa per rinnovarsi e per evitare la propria scomparsa. La liaison cinema-infanzia funziona dunque in entrambi i sensi: il cinema prende in prestito dall'infanzia la sua specificità, la sua forza visiva, le sue virtù silenziose, il suo potere immaginativo, di contro, riceve in cambio il privilegio di essere la forma di espressione, la disciplina artistica che riesce meglio a riprodurre e far vivere il mondo dell'infanzia.
«Il bambino – scriveva André Bazin – non può essere conosciuto che dall'esterno, egli è il più misterioso, il più appassionante, il più sconvolgente dei fenomeni naturali. Una sorta di animale prediletto che noi intuiamo essere abitato dagli dei. […] Possiamo pretendere che la cinecamera possa infine rivelarci il viso enigmatico dell'infanzia? Tutti questi volti macchiati di rosso come l'acqua dello stagno dalle foglie morte, questi occhi sfrontati che si offrono a noi, che spiano e sfuggono come gli scoiattoli nel bosco, questi gesti imprevisti e necessari come la natura nella sua espressione più vera, solo il cinema poteva captarli nei suoi filamenti di luce, e per la prima volta, metterci innanzi il vero volto dell'infanzia». 2
C'è, evidentemente, una posizione privilegiata che occupa l'infanzia nei confronti della nostra società e della sua storia. Essa si situa al confine; nel limbo. Il suo sguardo è il mezzo più prezioso e puntuale per svelarne gli errori e i fallimenti. «Essa permette essenzialmente – afferma Bille August, il regista di Pelle alla conquista del mondo – di offrire una visione nuova, e spogliata dall'ipocrisia, del mondo. Portare i bambini sullo schermo equivale a girare il coltello nella piaga». 3
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1 “La revue du cinéma”, n° 397, settembre 1984.
2 “L'Ecran Français”, articolo di Natale 1949.
3 “La revue du cinéma”, n° 443.