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Articoli > SCUOLA DEL PRESENTE

ESSERE E AVERE
di Roberto Farné

(Infanzia n. 6, giugno 2003, pp. 46-47)

 

In un piccolo paese dell'Auvergne, una regione agricola che si trova nel Massiccio centrale della Francia, c'è una scuola; al piano superiore abita l'unico insegnante dell'unica classe (una pluriclasse) che si trova al piano di sotto. George Lopez, questo è il nome dell'insegnante, celibe e or mai prossimo alla pensione, tutte le mattine scende e si prepara ad accogliere i “suoi” tredici bambini che vanno dalla scuola materna fino al termine della scuola elementare. Pare che in Francia ce ne siano ancora molte di scuole con questa fisiono mia.

Il regista Nicolas Philibert ha trascorso nella scuola del maestro Lopez circa dieci settimane nell'arco di un anno scolastico, familiarizzando con i bambini e creando le condizioni per documentare la vita di quella scuola senza rompere o interrompere i suoi ritmi e la sua delicata routine. Il risultato di questo lavoro è il film Essere e avere, un film di una semplicità per certi aspetti disarmante e per altri straordinaria: ci si accorge, infatti, che non c'è una storia da seguire con protagonisti ed eventi, dunque non succede nulla di ciò che normal­mente succede in un film, ma nello stesso tempo ci si accorge che la normalità di ciò che accade in quella scuola, la didattica con le sue parole e i suoi gesti, la fatica e il piacere di insegnare e di imparare, il variegato insieme delle relazioni che caratterizzano l'esperienza educativa lì come altrove, danno vita ad una “drammaturgia” pedagogica che genera stupore.

Essere e avere (che nelle nostre sale viene opportunamente proposto in lingua originale con i sottotitoli in italiano) è un film documentario che scorre lieve, senza il ricorso a voci narranti o a supporti didascalici. La sua funzione, come nella migliore tradizione di questa cinematografia, è nel mostrare una determinata realtà che sfugge ai nostri occhi disattenti o che non è visibile abitualmente, ma che il cinema è in grado di rappresentare nel suo svolgersi, senza gli artifici della fiction. Questa realtà “invisibile” è la scuola dal suo interno; ciò che noi sappiamo della vita di una scuola è sempre notizia di seconda mano: qualcosa che i nostri figli ci raccontano sulla loro giornata scolastica, qualche colloquio con gli insegnanti… In realtà noi ci fermiamo sempre sulla soglia della scuola e l'unica conoscenza diretta che ne abbiamo è quella legata alla nostra infanzia, quando ne eravamo protagonisti dall'interno.

Il piccolo Jojo, il bambino che ci mostra le sue mani sporche di colore nella locandina del film e che racconta e inventa le sue storie di fantasmi, è l'emblema di una soggettività infantile che il maestro Lopez cerca di cogliere e di educare in ognuno dei suoi alunni, tessendo con loro una rete di relazioni in cui, nelle trame della didat­tica, si inserisce anche il dialogo e l'ascolto, la soluzione di conflitti e il rispetto delle regole, l'attenzione ai problemi fami gliari e il senso della disciplina e della responsabilità. Unire alcune lettere dell'alfabeto per scrivere e leggere la prima parola, contare fino all'ultimo numero che conosciamo e chiedersi dove finiscono i numeri, il compito a casa dove una moltiplicazione diventa un rompicapo per tutta la famiglia, i giochi sulla neve, il problema di Nathalie e della sua “incomunicabilità”, sono alcune delle tessere di un mosaico che il regista compone nel quadro di un film dove il fluire delle stagioni accompagna l'anno scolastico, quasi a scandire il tempo lento e naturale dell'educazione. “L'educazione è lentezza, attendere, farsi carico” ha detto lo stesso Philibert, e il film si apre emblematicamente con l'im­magine di due tartarughe che camminano sul pavimento dell'aula scolastica ancora vuota.


 


 


Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza, Istituto degli Innocenti